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Ritratto grottesco di giovane con copricapo rosso, Scuola lombarda, inizio XVIII secolo
olio su tela
43 x 32 cm
Il dipinto raffigura un giovane popolano a mezzo busto, frontalmente disposto contro fondo scuro neutro, caratterizzato da un’espressione fortemente caricata e teatrale accentuata dal sorriso irregolare che lascia scoperta la dentatura e dallo sguardo fisso rivolto direttamente all’osservatore. La figura indossa una semplice camicia chiara a pieghe verticali e un eccentrico copricapo rosso attraversato da elementi piumati o aste decorative che conferiscono all’immagine un carattere ambiguo, sospeso tra ritratto popolare, figura buffonesca e studio fisiognomico. La resa pittorica, costruita mediante una materia rapida e sintetica dominata da bruni profondi e improvvisi accenti luminosi sul volto e sulle mani, inserisce l’opera nel clima della pittura di genere lombarda tra la fine del XVII e i primi decenni del XVIII secolo.
L’immagine appare legata a quella tradizione naturalistica nata dalla lezione dei Annibale Carracci e dell’ambiente carraccesco bolognese, nel quale lo studio diretto del vero, delle espressioni popolari e delle fisionomie eccentriche aveva dato origine a un nuovo interesse per le cosiddette “teste di carattere”. Tale cultura, diffusasi ampiamente nell’Italia settentrionale tra Sei e Settecento, trovò particolare fortuna in area lombarda presso artisti orientati verso una rappresentazione intensa e non idealizzata dei ceti umili e delle figure marginali. Il presente dipinto sembra infatti conservare quell’eredità carraccesca nella forte attenzione alla verità fisiognomica, nella frontalità immediata della figura e nell’ambiguità psicologica dell’espressione, sospesa tra osservazione dal naturale e deformazione caricaturale.
In questo contesto l’opera mostra significative affinità con la pittura di Antonio Cifrondi, soprattutto nella tensione espressiva del volto, nella pennellata energica e nel gusto per i personaggi popolari colti in atteggiamenti quasi teatrali. Analogamente il naturalismo ruvido e la volontà di accentuare i tratti più irregolari della figura richiamano la sensibilità di Pietro Bellotti, interprete di una pittura profondamente interessata al mondo dei mendicanti, dei pitocchi e delle mezze figure di carattere. Il sorriso scoperto e volutamente disturbante, raro nella ritrattistica ufficiale del tempo, trova precisi confronti nella tradizione delle teste grottesche e degli studi fisiognomici derivati dall’ambiente carraccesco e successivamente rielaborati nella pittura di genere lombarda.
L’eccentrico copricapo contribuisce inoltre a rafforzare la componente teatrale e carnevalesca dell’immagine, suggerendo la possibile rappresentazione di un personaggio da commedia, di un buffone o di una figura volutamente caricata destinata al gusto collezionistico per il bizzarro e il grottesco. L’opera si configura così come un’interessante testimonianza della persistenza della cultura naturalistica carraccesca nella pittura lombarda di primo Settecento e della sua trasformazione in senso più popolare, espressivo e pittoresco nella tradizione dei pittori di pitocchi e teste di carattere.
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